colture
erbacee
Per la ripresa della produzione alimentare
Il Centro europeo per la formazione e l'agricoltura, organizzazione italiana di volontariato internazionale, con il sostegno del Ministero affari esteri e della Commissione europea, ha realizzato il progetto di reintroduzione e di sviluppo della risicoltura in Somalia, dimostrando che anche l'agricoltura può diventare uno strumento di pace.
Francesca Arato
Che l'Italia sia uno dei maggiori produttori europei di riso è risaputo. Basti pensare all'antica tradizione risicola di zone come Milano, Pavia, Novara e Vercelli. Si coltiva utilizzando le più moderne tecniche agricole, e i risultati, sia in termini di qualità che di quantità, non mancano. Ma cosa può significare esportare le tecniche e le conoscenze italiane in Paesi più arretrati del nostro, fare qualche passo indietro e adattarsi a esigenze di chi utilizza tecniche per noi già di 10-15 anni fa, in situazioni di guerra e a confronto con differenze ambientali, culturali, agricole e territoriali? Lo ha dimostrato i Cefa, un'organizzazione italiana di volontariato internazionale per la cooperazione allo sviluppo che, con il sostegno finanziario del Ministero degli affari esteri italiano, della Commissione europea e di amici benefattori, sta portando avanti con successo il progetto di reintroduzione e di sviluppo della risicoltra in Somalia, iniziato nel 1996.
Il progetto nasce nella zona di Jowhar, uno dei due comprensori risicoli del Paese. Il riso costituisce da sempre un elemento base nell'alimentazione della popolazione somala. A partire dal 1991, però, con lo scoppio della guerra, la coltivazione del riso è cessata. Poi, a seguito delle convincenti richieste da parte della comunità rurale, l'Unione Europea concluse un accordo con il Cefa che già opera da anni in Somalia, con lo scopo di far riprendere le attività di produzione alimentare sul posto.
La prima parte del programma prevede la reintroduzione di semente selezionata adatta alla zona. Si cerca, quindi sul mercato internazionale semente certificata delle stesse varietà già coltivate in Somalia in passato. Introdurre nuove varietà richiederebbe, infatti, anni di prove, mentre la siutazione impone tempi brevi.
E' poi impensabile l'introduzione di semente italiana. Varietà del tipo japonica, coltivate in Italia come nel resto d'Europa, sono, infatti più adatte alle nostre situazioni ambientali. In ambienti come quello somalo servono varietà aromatiche del tipo indica. Programmi a lunga scadenza sono, inoltre, impossibili nel contesto somalo. Il Paese si trova in uno stato di generale confusione: nessun tipo di autorità o amministrazione è presente, l'unica legge operante è quella delle armi.
Ricerche attraverso tutti i canali possibili confermano però che le due varietà richieste non sono più disponibili. Un ricercatore dell'Irri (International rice research Institute) nelle Filippine, l'Istituto dove le varietà vengono prodotte inizialmente, consiglia di desistere. Poi regala al progetto un chilogrammo di seme per ciascuna delle varietà necessarie: l'IR22 e l'IR24, le ultime quantità disponibili presso la banca del seme. Si tratta di due varietà vecchie, ormai inutilizzate in Italia. Ma varietà più moderne richiederebbero tecniche agricole più avanzate, impensabili in Somalia.
Sulla base dei due chilogrammi e contro le indicazioni di molti, si decide quindi di andare avanti. L'obiettivo è di utilizzare la semente ricevuta dalle Filippine per riprodurla sul posto. Contemporaneamente, su consiglio dell'Irri, si iniziano a sperimentare tre nuove varietà, con caratteristiche simili a quelle precedenti e probabilmente adattabili alla situazione somala.
Dopo sei stagioni di prove solo una delle tre nuove varietà si dimostra adatta al progetto. E' l'IR64. La nuova semente viene subito impiegata per sostituire le vecchie varietà, ormai
obsolete. E nel corso delle varie fasi vengono così prodotte direttamente dal progetto oltre 320 tonnellate di semente che poi gli stessi agricoltori continuano a moltiplicare di stagione in stagione. Il problema della disponibilità di semente di qulità è, di conseguenza, risolto. Rimane però quello della formazione del personale.
Sono tre gli agronomi italiani impegnati nel progetto: Alessio Colussi, Paolo Calamai e Alberto Rognoni, capo progetto. Il loro compito è ora quello di trasferire le loro conoscenze tecniche di base sulla risicoltura, alla popolazione locale. Rapportando, però, il tutto alla situazione presente e tenendo sempre in considerazione le precedenti esperienze degli agricoltori più anziani.
Nel corso del progetto si sono, quindi, organizzate un totale di 1283 riunioni presso i villaggi o direttamente in campo. E a ognina partecipano costantemente circa 1930 agricoltori, per un totale di 15.222 presenze. Grazie alla continua attività di formazione, la produzione media degli agricoltori passa delle 1,8 t/ha iniziali alle 4,2t/ha dell'ultima stagione, con un incremento del 134%, in ulteriore crescita.
L'attività di formazione sfocia poi nella costituzione della "Associazione di risicoltori di Jowhar",
che inizia a collaborare con il progetto nella pianificazione, organizzazione e gestione delle attività. Gradualmente l'Associazione assume sempre più responsabilità, fino a diventare autosufficiente e occuparsi in forma autonoma della gestione del fondo di rotazione, creato per fornire sementi e firtilizzanti agli agricoltori più bisognosi, nell'ambito di un principio di sostenibilità che prevede la totale restituzione a fine stagione di quanto ricevuto.
"Dopo i primi risultati disastrosi - dichiar Alberto Rognoni, capo progetto per il Cefa in Somalia - gli agricoltori iniziano a capire la differenza tra il meccanismo del fondo e le distribuzioni gratuite una tantum a cui le organizzazioni internazionali li hanno abituati. L'immenso lavoro di formazione dà i suoi frutti e il fondo comincia a "girare". Gli agricoltori cominciano a ragionare in termini di medio periodo. Sementi e fertilizzanti iniziano a essere restituiti. Il tasso di restituzione raggiunge il 130% per le sementi e i 95% per i fertilizzanti: si tratta dell'unico caso in Somalia".
Grazie al progetto, la produzione risicola del comprensorio di Jowhar è quindi ripresa in forma stabile. Dall'inizio delle attività a oggi sono stati coltivati a riso un totale di 3147 ha, per una produzione totale di 10227 tonnellate di risone. Sono stati riabilitati alcuni tra i principali canali di irrigazione e nuove attrezzature per la brillatura del riso hanno portato la resa al 63% mentre la qualità del prodotto è al livello del mercato internazionale.
"Oggi il riso di Jowhar viene venduto nei vari mercati della Somalia e inizia anche l'esportazione in Etiopia. E' il primo caso di commercializzazione del riso in piccole confezioni in Somalia - afferma Rognoni - i consumatori, poi, ne apprezzano particolarmente le caratteristiche, al punto di essere addirittura dipsosti a pagarlo di più di quello importato".
Oggi la coltivazione del riso è stata reintrodotta in forma stabile e non è più dipendente dal sostegno esterno. Per questo progetto italiano, non si è trattato tanto di mandare aiuti per riparare a una situazione di urgenza, quanto d'incentivare l'autosviluppo, adattando tecniche e conoscenze a una situazione diversa, arretrata e per molti aspetti difficile. "Circa 5300 famiglie hanno la possibilità di produrre in forma stabile per due stagioni all'anno, raggiungendo la piena sufficienza alimentare. Il che significa - precisa Rognoni - che ogni giorno dell'anno circa 140000 persone hanno a disposizione un piatto di riso".
"Jowhar è oggi una realtà autosufficiente. I risicoltori hanno ritrovato la loro dignità e questo si è dimostrato il miglior fertilizzante per la produzione del riso"
Il risultato principale del progetto oltre alla ripresa della produzione agricola e per conseguenza delle varie attività collaterali, resta il fatto che la popolazione è diventata responsabile della propria situazione, protagonista dello sviluppo.
La conseguenza di tutto ciò è l'esigenza e la volontà di pace che la popolazione ore ricerca per poter mantenere e continuare ad espandere le rinate attività.
In definitiva, il Cefa ha realizzato un progetto che dimostra come anche l'agricoltura possa diventare uno strumento di pace.
Francesca Arato
Centro europe per la formazione e l'agricoltura.
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